portland souvenir

passo felpato. penso e ripenso. covo un uovo quadrato, ma a me sembra perfetto. delirio.
punta di piedi. piano piano. scatto. non lo stop-and-go matematico.
una sorta di -nonriescoadevitarlo- e poi di nuovo compostezza.
strati e substrati sonori. ogni volta scopro un particolare nuovo. a volte sembra di sentire le voci.
un secondo di percezione. e poi tutto si illumina.
friend and foe. la calma e la pacatezza. l’irrequietezza e l’iperattività emotiva.
un senso di precarietà in continua tensione verso una stabilità che viene abilmente raggirata.
collage sonori ed emotivi destrutturati e ricomposti con un senso di sfinimento, parole scandite come un concetto ostico ripetuto per l’ennesima volta a qualcuno che non riesce capire.
sono in tre, mettiamoci pure uno sdoppiamento di personalità a testa. fa comunque sei. continuano a sembrarmi molti di più.
mentalmente sottolinea i disturbi e a chi non ne mancano sembrerà di sentirsi a casa.
visivamente è un’illustrazione di un esploso su un libro di tecnica delle medie.
quest’oggetto frammentato bloccato all’infinito nello spazio e nel tempo, fermo immobile, come se stesse trattenendo il respiro. è destabilizzante, come idea da percepire.
in realtà tutto si incastra perfettamente.
e tutto, nel suo caos particolarissimo, ha un senso.
ps: la vinyl edition, dice pitchfork, è ripiegata in un origami-mostricciattolo con la bocca che si apre.
ps2: i menomena alimentano i miei dubbi sull’uso sociale di portland come città-esperimento per il deposito di soggetti con seri problemi da esternare sotto svariate forme ed espressioni.
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